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Per quanto tempo ancora una barriera di incomunicabilità e di diffidenza dividerà le due culture, il sapere scientifico e le discipline umanistiche, la tecnologia e l’artigianalità, il progetto e la realizzazione?
E’ questo l’interrogatorio numero uno del nostro futuro elettronico che nessuno, neppure l’architetto, potrà eludere.
Ed è inutile cercare rifugi nei giochi del puro formalismo, così come può essere pericoloso aggrapparsi al virtuosismo tecnologico fine a se stesso.
L’importante è trovare un punto di convergenza.
Renzo Piano, a suo modo, ha tentato di superare questo gap storico, assumendosi la tecnologia avanzata a punto di riferimento del proprio lavoro, ma smitizzandola, contemperandola alle esigenze dell’altra cultura, quella umanistica. E’ questa, in fondo, la costante che innerva la sua attività interdisciplinare, dal fantascientifico Beaubourg al sofisticato museo di Houston passando per i Laboratori di quartiere. Veri e propri cantieri itineranti destinati al recupero “leggero” dei centri storici.
High-tech e artigianalità, arte e servizio sociale, industria e manualità, secondo una formula che ci riporta indietro nel tempo, all’epoca delle cattedrali gotiche quando l’architetto interpretava tutti i ruoli del copione estetico: era insieme progettista, capomastro e ingegnere.

Renzo Piano.